Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
« È lei? »
« Sì. È lei »
« È bellissima »
Erano nella camera da letto di lui. Lei seduta sul letto, lui mezzo seduto e mezzo sdraiato vicino al capezzale. Tutti e due erano in pantaloni neri e camicia e senza scarpe.
Anna teneva in mano una fotografia di Silvia a mezzo busto che la ritraeva sorridente con un cappello a tesa larga e con un vestito di chiffon sgargiante di colori.
« Lo aveva detto anche il fotografo. Era un suo amico ai tempi del liceo. È stato lui a fargliela. Eravamo ad un ricevimento. Disse che era la foto più bella in assoluto che le avesse mai scattato. Silvia la diede a me. Ha altre foto di quel giorno. Ha fatto diversi servizi fotografici »
« È una modella? »
« No lavora in società con me. Lo fa come hobby. Nel tempo libero le piace essere fotografata. Non so se avesse voluto fare la modella. Non gliel’ho mai chiesto »
« Hai una bella casa. È qui che verrete ad abitare quando vi sposerete? »
Diego evitò di guardarla quando le rispose.
« Non ci sarà alcun matrimonio. Ho lasciato Silvia »
Gli chiese perché.
« Perché non l’amavo »
« Dopo cinque anni insieme » Anna fece il gesto di alzarsi ma lui la bloccò.
« Dove vai? »
« Ti sto rovinando la vita Diego »
« Tutt’altro. Se non t’avessi conosciuta avrei commesso l’errore più grande della mia vita »
« Diego io e te abbiamo solo scopato. Non confondere il sesso con qualcosa che non c’è mai stato »
« Sbaglio o mi sembrava che fossi felice di rivedermi questa sera? Hai detto che mi avresti aspettato. E l’hai fatto. Adesso perché ti tiri indietro? »
« Non è come pensi »
« Com’è allora? Spiegamelo »
« Non lo so! »
« Che vuoi fare? » le chiese.
« Non lo so…io…non lo so, proprio non lo so »
S’addormentarono vestiti tenendosi abbracciati.
Fu Anna la prima a svegliarsi. Lo trovò che dormiva vicino a lei come un bambino vicino al suo giocattolo. Gli accarezzò la fronte, gli occhi, il viso, la barba. Gli baciò la fronte e gli occhi annusando il suo profumo dalla fragranza non troppo forte ma deciso. Scivolò dal letto, raccolse i suoi sandali col tacco e sgusciò fuori dalla porta.
Diego non era più riuscito a chiudere occhio da quando l’aveva sentita uscire di casa. Fu così che s’alzò con un cerchio alla testa e con quel dolore presenziò al CDA di quella mattina quando il cellulare squillò. Lo sentì vibrare nel taschino interno della giacca. Lo tirò fuori, lesse il numero e si scusò coi soci allontanando la sedia dal tavolo ovale della sala riunioni e uscendo fuori.
« Anna? »
All’altro capo della linea sentì solo dei singulti soffocati.
« Diego… Diego ho bisogno di te… ti prego vieni…vieni…»
Si diresse al Blue Valentine di corsa e appena aprì la porta del suo camerino Anna gli fu addosso piangendo e singhiozzando come non l’aveva mai vista.
« Anna, calmati. Ci sono qui io. È tutto finito, avanti. Che è successo? »
Gli ci vollero dieci minuti prima di riuscire a calmarla. La fece sedere sul letto, riempì un bicchiere d’acqua e glielo porse. Lei bevve.
« Va meglio? » le domandò sedendole accanto. Annuì.
« Ti va di raccontarmi cosa è successo? »
« Non lo so… non so cosa sia successo. Ero a casa e stavo leggendo un libro quando ad un tratto mi sono sentita soffocare. Ho lasciato tutto e sono venuta qui di corsa perché credevo di star meglio e invece…invece è stato peggio » ricominciò a piangere.
Diego prese il suo cellulare e avvisò in ufficio che avrebbe fatto ritorno nel pomeriggio.
Non seppe mai cosa accadde dopo che quel giorno l’ebbe lasciata sola. Aveva trascorso tutta la mattinata con lei portandola al parco, sulle giostre, mangiando un gelato e camminando per le strade della città.
Quando la sera fece ritorno al Blue Valentine la trovò ubriaca e con le ecchimosi sul corpo. La portò con sé contro la volontà di lei che gli vomitò in macchina durante il tragitto fino a casa di lui. La condusse in bagno. La spogliò, la fece stendere nella vasca che aveva riempito d’acqua e dove aveva versato il bagnoschiuma, e la lavò con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Anna si lasciò fare senza neanche guardarlo. Teneva lo sguardo altrove verso angoli della casa scoperti e vuoti. Gemeva quando lui le passava la spugna sui lividi della pelle.
« Chi ti ha conciata così? »
La aiutò ad alzarsi per avvolgerla nell’accappatoio, le fece indossare una camicia da notte di Silvia che le stava lunga e larga e la mise a letto.
Per tutta la notte ebbe un sogno agitato borbottando frasi incomprensibili.
Diego la osservò standosene seduto a cavalcioni su una sedia e coi gomiti alla spalliera. Una lacrima scivolò lungo il viso di lei.
Il mattino dopo fece venire un medico a casa sua di modo che la visitasse. Non trovò segni di violenza anche se non gli nascose che la donna aveva avuto diversi rapporti sessuali.
« Chi è Diego? »
« Una poveretta che ho raccolto per strada ieri di ritorno a lavoro »
Il dottore gli lasciò una pomata che si raccomandò la donna usasse ogni volta che andasse in bagno.
« Non avresti dovuto farlo » lo ammonì Anna ancora a letto dopo che il medico se ne fu andato.
« Resterai qui finché non ti sarai completamente rimessa »
« Perché? »
« Perché non voglio che tu metta di nuovo piede in quel locale »
« Non è certo la prima volta che mi accade una cosa simile »
Si guardarono negli occhi. Poi Diego le diede la pomata che gli aveva lasciato il medico.
« Devo andare a lavoro prima che si faccia troppo tardi. Usala tutte le volte dopo che ti sei lavata » le disse mentre indossava la giacca.
« Non hai paura che possa entrare la tua fidanzata e possa trovarmi qui da un momento all’altro? »
« È un mese che Silvia non mette più piede in casa mia. Verrà la donna di servizio alle dieci. Ma non darti pensiero. Dirò a lei la stessa cosa che ho detto al dottore »
In ufficio Diego ci restò fino a tardi. Tutto il giorno aveva faticato a concentrarsi sul lavoro e per ben due volte Jill e Giorgio si erano trovati a parlare con lui mentre giocava ad impilare carte da poker una sull’altra tirando su strane costruzioni.
Quando uscirono fuori dalle stanze del Presidente la segretaria e l’amministratore delegato si scambiarono un’occhiata.
L’ultima persona che vide prima di andare a casa fu Silvia.
Erano le undici e nella sede della Dragone SpA non era rimasto nessun altro.
Silvia gli posò sulla scrivania gli ultimi incartamenti di quel giorno.
« I contratti che mi avevi chiesto »
« Hai dato loro un’occhiata? »
« Mi sembrano buoni. Ma l’ultima parola spetta a te. Sei tu che devi siglarli »
Diego li prese e li firmò uno per uno senza neanche leggerli.
« Che fai? » gli domandò Silvia che non si era seduta.
« Mi sono sempre fidato di te »
Lei non disse nulla abbassando lo sguardo.
« Ho parlato con Padre Domenico. Ho disdetto la cerimonia e la sala nuziale. Hanno detto che ci faranno causa. E ho detto a Jill di chiamare tutti gli inviatati per informarli che il ricevimento non ci sarà ».
Aveva raccolto i capelli lunghi in una coda di cavallo. Aveva il volto tirato e il trucco era scomparso. Da qualche giorno piccole e sottilissime rughe le erano apparse agli angoli degli occhi. La camicetta rosa era stropicciata, un bottone ballonzolava sulla giacca. Gli unici gioielli che portava erano degli orecchini a pendenti.
« Grazie » disse Diego « grazie per il lavoro svolto Silvia. Non credo che ce l’avrei fatta senza il tuo aiuto »
« Dimentichi che se non fosse per te a quest’ora ci mangeremmo le mani per la mancata fusione con la Golden Power. Comunque di qualsiasi cosa tu abbia bisogno sai che puoi contare su di me »
Diego s’alzò dalla sedia dietro la scrivania e si accese una sigaretta.
« Non vai a casa? » gli domandò Silvia.
« Sì, ci vado tra un po’ »
« C’è qualcosa che non va? A me puoi dirlo »
Diego si passò una mano sulla fronte.
« Non lo so »
Scoppiò a piangere tenendo il viso nascosto dietro la mano. Silvia lo raggiunse dall’altro lato della scrivania. « Diego cos’hai? »
Diego l’abbracciò e lei lo stinse a lui.
« Non so nulla Silvia…» singhiozzò con la testa reclinata tra l’incavo della spalla sinistra e del collo di lei « non so cosa mi stia succedendo ».
Per un po’ lei lo lasciò sfogare annusando il suo profumo di dopobarba sulla pelle e sui vestiti. Poi lasciò che lui sollevasse il capo. Fissò quel volto scomposto dal dolore e dalla resa.
Lo baciò sulle labbra e Diego rispose a quel bacio.
Dopo che Anna era andata via da casa sua Diego non la cercò per tre settimane. Fu lei a farsi sentire dopo circa un mese. Gli diede appuntamento al solito albergo.
« Perché hai voluto che venissi fin qui? »
« Avevo voglia di vederti e di stare con te » gli passò le braccia intorno al collo. Quella sera indossava un vestito di seta nero e largo a bretelline, semplice ed elegante. Portava i capelli sciolti e sulle labbra aveva passato un velo di lucidalabbra.
« Se non avessi accettato cosa avresti fatto? »
« T’avrei aspettato tutta la notte »
Diego si sciolse da quell’abbraccio. Andò al balcone e si accese una sigaretta.
« Hai in mente qualcosa di’ la verità »
« No. Voglio solo stare con te »
Diego sedette sulla sedia accanto al tavolino fuori dove sopra erano stati disposti un secchiello con dentro del ghiaccio e dello champagne ed un cesto di frutta.
« Te ne vai da casa mia senza neanche avvisarmi, sparisci per tre settimane e poi mi chiami per dirmi che vuoi stare con me? »
« Hai ragione ad essere arrabbiato. Mi sono comportata come una sciocca » lo vide prendere una ciliegia dal cesto e poi mangiarla. Ebbe paura a domandarglielo.
« Tu e Silvia siete tornati insieme? »
« Con lei ci vediamo tutti i giorni »
« Diego »
« Resterò qui solo se mi farai fare quello che voglio »
« Cos’è che vuoi? »
Diego s’alzò e si avvicinò a lei guardandola dall’altro in basso. « Farlo senza il preservativo »
Prima che lei potesse dire qualcosa Diego l’attirò a sé e la baciò sulle labbra.
Gli mollò uno schiaffo cogliendolo di sorpresa. Diego rise divertito.
« È stato meglio che scopare »
Si diresse alla porta della stanza. La chiuse a chiave che mise nella tasca dei pantaloni. Tornò indietro. La prese per un braccio e la trascinò con sé fuori al balcone. Anna si dimenò.
« Smettila »
« Io non mi faccio dare ordini da nessuno »
« Sei stata tu ad iniziare questo gioco »
« Non posso fare quello che mi hai chiesto »
« Sarà molto semplice e nemmeno te ne accorgerai »
« Perché? »
Diego la guardò.
« Perché vuoi farlo? »
« Quando ti agiti sei ancora più bella »
Anna fece il gesto di mordergli la mano ma Diego la mollò prima che potesse farlo. Tornò a sedersi fuori al balcone prendendo della frutta nel cestino.
« Giuro che mi butto di sotto » lo provocò Anna.
« Accomodati »
« Credi che non ne sia capace? »
« Sì che lo credo. Ma non questa sera »
« Non sfidarmi Diego »
« E tu non sfidare me »
Anna sedette a terra tenendosi a debita distanza da lui. Diego la guardava continuando a mangiare ciliegie e albicocche. La seguì con lo sguardo quando si alzò per prendere il pacco di sigarette e i fiammiferi per accendere.
Quando tornò a sedersi le tremavano le mani. Diego cercò di trattenere un sorriso di fronte alla scena ma non vi riuscì.
« C’è poco da scherzare »
« Ti riferisci al bacio o alla situazione in cui ti ritrovi coinvolta? »
« Te l’ha mai detto nessuno che sei un uomo arrogante? »
« Tutti »
Anna chiuse gli occhi appoggiando la testa al braccio che teneva sul ginocchio.
« Perché non vieni qui? »
« Qui dove? »
« Sulle mie ginocchia. Al posto di star seduta lì »
Anna si alzò e gli si mise a cavalcioni sollevando il vestito sulle cosce.
« Eh no, io dicevo di metterti seduta composta come fanno le brave signorine »
« Ma io non sono una signorina né una signora. Sono una puttana. La tua puttana » lo baciò sulle labbra avidamente. E non fu più in grado di farne a meno.
Diego la tenne stretta a sé per tutta la sera e per tutta la notte.
Fecero l’amore per la prima volta e il mattino successivo, quando si rivestirono, Diego aveva ancora in bocca il sapore fruttato del suo lucidalabbra. Aveva smesso di baciarla solo un minuto prima che il sonno la cogliesse e quando andò a trovarla il giorno seguente al locale e gli altri a venire fece lo stesso.
L’ultima volta che la vide fu per regalarle una catenina con un ciondolo a forma di quadrifoglio che lei aveva messo subito al collo.
« Spero ti porti più fortuna delle tue sigarette » le aveva detto Diego mentre l’aiutava a metterla.
Non dimenticò mai l’aspetto raggiante di Anna mentre passeggiavano l’ultima notte per le strade del centro. Si erano fermati davanti ad una vetrina che vendeva borse di Louis Vuitton, Chanel, Hèrmes e Valentino quando lei si era accorta che Diego stava guardando tutt’altra cosa.
« Che stai guardando? »
« Io e te » rispose tenendole un braccio intorno ad una spalla davanti alla vetrina che rifletteva di rimando la loro immagine.
Erano passati giorni, settimane, e di Anna non aveva più avuto alcuna notizia.
Finché una mattina ricevette una telefonata.
Si recò sul posto dove Silvia aveva avuto un incidente. La trovò che tremava e in stato di shock. Aveva investito una donna con la macchina e ora quella donna giaceva a terra scossa dai fremiti. Diego la riconobbe subito.
« Anna! »
Si precipitò da lei facendosi largo tra la folla e chinandosi sul corpo disteso a terra che lo guardava come se a tratti lo conoscesse e dopo poco non sapeva chi fosse.
« Anna… Anna guardami. Guardami Anna, mi riconosci? »
Provò a sollevarla per prenderla e portarla via ma nel farlo la sentì gemere. Il sangue le colava dal naso e aveva tutt’e due le ginocchia sbucciate.
« Chiamate un’ambulanza! » qualcuno gli disse che era già stata chiamata e che stava per arrivare. Giunta sul posto Diego volle salire insieme ai paramedici e agli infermieri. Silvia, che aveva osservato tutta la scena, gli chiese se la conosceva.
« Ti spiegherò tutto dopo. Adesso devo andare » Diego salì sulla autoambulanza che corse spedita all’ospedale con le sirene spiegazzate.
I medici dissero che Anna aveva riportato diverse fratture al bacino e alla spalla e che aveva tre costole incrinate.
Quando Silvia lo raggiunse in ospedale lo trovò in corridoio, dietro la porta della stanza di Anna, che guardava fuori dietro i vetri della finestra.
« Da quanto tempo la conosci? »
« Tre mesi e mezzo, quattro »
« Dove l’hai conosciuta? »
Diego chiuse gli occhi e li riaprì subito sull’affaccio del cortile del nosocomio. « In un bordello »
« Mi hai lasciata per una puttana? »
« Sì, ti ho lasciata per una puttana va bene? Cos’altro vuoi sapere? »
Un’infermiera passò loro accanto e si voltò a guardarli proseguendo per il corridoio.
« Diego noi due stavamo per sposarci, o te lo sei forse dimenticato? »
« Perché pensi che t’abbia lasciato? È stato meglio così, credimi. Pensa se l’avessimo fatto. Avremmo sofferto sia te che io »
« Come fai a sapere quello che è giusto per me? »
« Perché ho visto molti matrimoni fallire. Ed è stato un bene accorgermi in tempo che stavo commettendo un grave errore »
Silvia riuscì a stento a trattenere le lacrime. Gli mollò un ceffone.
« Vaffanculo stronzo »
Rimase al capezzale di Anna fino a che lei non si svegliò. Le avevano ingessato la spalla e per qualche ora fu ancora sotto effetto degli antidolorifici. Riconobbe Diego e lo salutò.
Parlarono poco. La aiutò a mangiare dopodiché Anna tornò a dormire.
Diego andò a farle visita tutti i giorni.
« Quando uscirai di qui, quando sarà tutto finito, verrai via con me »
« Diego io e te non possiamo stare insieme »
« Di cosa hai paura? Che quella strega al locale venga a cercarti e minacciarti? »
« Sarebbe il minimo…no »
« Allora cos’è? »
« Non posso sposarti Diego »
Prima di parlarle lui la guardò a lungo.
« Promettimi che uscirai dal giro della prostituzione. Mi basta saperti fuori. E non sentirai più parlare di me. Se lo farai, uscirò fuori dalla tua vita per sempre »
« E se non lo facessi? » gli chiese.
« In quel caso dovrai sposarmi. Tanto non ti servirà a nulla continuare a vivere in questa maniera. Tu non lo hai mai dimenticato »
La vide piangere tra il guanciale e le lenzuola bianche. « Mi dispiace Diego »
« Anche a me ».
Due mesi dopo Diego Dragone e Silvia Villani si sposarono nella chiesa di Santa Croce a Firenze.
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Gli uffici della Dragone SpA erano immensi e composti da diversi piani comprensivi di scale e ascensori. Al piano terra vi erano le cabine di controllo, le portinerie, gli sportelli adibiti alle informazioni. Sopra vi erano gli uffici dei soci, la sala riunioni per il CDA, quella del Presidente, del vice presidente, dell’amministratore delegato e l’ufficio legale. Al primo piano c’era il bar e all’ultimo piano il terrazzo con vista sulla città. L’intero edificio era a vetri e ad ogni piano, all’interno, era consentito affacciarsi al piano terra.
Era mezzogiorno quando Diego ebbe concluso la riunione con gli americani. Se ne stava affacciato alla ringhiera del primo piano ad osservare dabbasso la gente che entrava nell’edificio quando la vide fare il suo ingresso.
Indossava un tailler bordeaux, giacca e gonna, i capelli sciolti e ricci le ricadevano sulle spalle. Quasi come se avesse sentito i suoi occhi puntati su di lei a sua volta alzò il capo per riabbassarlo subito.
Prima che scomparisse Diego scese le scale andandole incontro con le mani nelle tasche dei calzoni.
« Complimenti Dottoressa Villani. Vorrei congratularmi con lei per il tempismo dimostrato quest’oggi »
« Non so a cosa ti riferisci » lei rispose mentre era intenta a parlare con gli addetti ai controlli.
« Sai benissimo a cosa mi riferisco. Se non era per me l’affare con gli americani sarebbe saltato »
« Sei tu il Presidente della società »
« E tu ne sei il vice. Cos’è? Vuoi vendicarti per quello di cui abbiamo discusso due sere fa? »
Lei lo guardò. « Dovresti solo vergognarti »
« Non ho fatto nulla di cui debba vergognarmi, anzi. Ho agito in tempo prima che fosse troppo tardi »
Se ne stava andando quando Silvia gli disse: « Voi uomini siete tutti uguali. Pensi di poter risolvere la faccenda con un semplice “Non sono pronto per un simile passo”? »
Lui continuò a camminare senza voltarsi uscendo dalla porta accanto a quella di ingresso e scendendo le scale.
« Diego! »
Era ormai un mese che si frequentavano. Quando poteva Diego andava ad assistere al suo spettacolo e a trascorrere il resto della serata con lei. Dopo il rapporto una o due volte era capitato che la sentisse piangere dandogli le spalle. Diego non le chiese mai nulla né lei accennò a qualcosa. Succedeva che parlassero, anche a lungo prima di passare ai fatti, e alla fine prima di salutarsi. Anna gli aveva concesso di fare con lei e di lei tutto ciò che volesse. Il più delle volte la ricopriva di premure, altre volte si lasciava andare a giochi più audaci. Lei lo lasciava fare tanto da insinuargli la convinzione che quelle piccole perversioni piacessero soprattutto a lei.
« Mi piace scopare con te » gli confessò una notte in albergo dopo l’amplesso mentre gli accarezzava i capelli umidi tenendolo stretto tra le braccia. Era la prima volta che lo portava in un ambiente di lusso trasgredendo le regole del Blue Valentine.
Aveva organizzato tutto lei. Gli aveva dato appuntamento all’hotel Luxor e aveva fatto mettere tutto sul suo conto. Lui era rimasto sorpreso ma anche molto divertito e alla fine le aveva chiesto perché.
« Perché un uomo come te è abituato a questo ambiente e non allo squallore del Blue Valentine » gli aveva risposto. Diego aveva contro ribattuto che non gli importava dove trascorresse la notte ma che la trascorresse con lei.
« La tua fidanzata è molto fortunata ad avere un uomo come te. Sei una persona buona, onesta, dolce. Sei un bravo massaggiatore e… un gran scopatore! »
Diego rise insieme a lei. Durante i loro incontri era successo che le avesse massaggiato i muscoli del collo e della schiena a causa di un torcicollo e dolori che Anna avvertiva di tanto in tanto. Dopo si era sentita subito meglio.
« Non sempre si presta a fare certi giochetti » le confidò mentre si toglieva di dosso a lei, allungando un braccio sul comodino per prendere sigarette e accendino.
« Tu glielo hai mai chiesto? »
« Con la propria donna certe cose non si possono fare » disse sputando fuori il fumo e guardandola distesa, nuda sul letto mentre giocava con una ciocca di capelli.
« È per questo motivo che sei venuto al Blue Valentine? »
« Quella sera pioveva. Mi sono trovato a passare di lì col mio autista e sono entrato per curiosità »
« E sei rimasto soddisfatto a quanto pare…» gli insinuò un piede tra le cosce.
Diego lasciò la sigaretta consumarsi nel posacenere e le fu di nuovo sopra.
Avvicinò le labbra a quelle di lei.
Anna volse il viso da un’altra parte.
Diego ci riprovò e si ritrovò con le labbra di lei sul collo che presero a morderlo e a leccarlo.
La settimana seguente fu una di quelle ricche di impegni per Diego. Aveva il CDA, un appuntamento con l’amministratore delegato di una grossa società, una serie di contratti da stipulare e una conferenza a Zurigo. In più doveva fare i conti con i biglietti di auguri che ogni giorno Jill gli faceva trovare sulla sua scrivania e le innumerevoli telefonate del fioraio e di quelli del catering. Il tutto tra controlli dei titoli di borsa, colloqui con Giorgio e clienti che provenivano da gran parte dell’Italia, dell’Europa e da altri continenti.
« Jill, mi scusi la Dottoressa Villani è nel suo ufficio? Allora guardi le chieda cortesemente di passare dal mio prima che vada via »
« Che vuoi fare? Guarda che dobbiamo prima discutere del piano di ammortamento »
« Dopo Giorgio, dopo » gli disse Diego con le maniche della camicia arrotolate e la sigaretta in mano che spense nel posacenere. Giorgio si alzò dalla sedia portandosi appresso i fascicoli.
« Mi fai chiamare tu? »
« Sì »
In quel frangente Giorgio aprì la porta per uscire e Silvia entrò.
« Jill mi ha detto che mi cercavi »
« Sì. Ti vuoi sedere? »
« Vieni al dunque »
« Ti avevo chiesto di occuparti tu di ogni disdetta e non lo hai fatto. Oggi ho ricevuto anche una telefonata dal prete sul cellulare »
« Io… non ne ho avuto il coraggio, ecco »
« Silvia che cosa significa? Mi sembrava di esser stato chiaro con te »
« Sei tu quello che ha deciso di mandare tutto a monte. Io non ce la faccio Diego, non puoi chiedermi una cosa del genere perché io non ci credo che tu lo voglia veramente. Perché non ne parliamo? »
« Ne abbiamo già parlato »
« Beh allora scordatelo. Io mi rifiuto di farlo. Mi vergogno solo a pensarlo se dovessi divulgare la notizia »
« Presto tutti lo sapranno. In azienda lo sanno già. Vogliamo continuare questa farsa in eterno? »
« Perdonami, ho un mal di testa atroce. Ti dispiace se ne riparliamo in un secondo momento? »
La stanza era pervasa dall’oscurità. L’unica luce che proveniva dall’esterno era offerta dalle luci della città nella notte e dalla luna che splendeva pallida in un cielo senza stelle. I balconi erano stati lasciati aperti e una soffice brezza faceva muovere le tende bianche e sottili portando un po’ d’aria fresca nelle stanze.
La camera d’albergo era grande abbastanza da poter accogliere una famiglia. I vestiti erano abbandonati sul pavimento del salone. La giacca e il reggiseno in pizzo buttati sulle poltrone.
Anna dormiva nel grande letto matrimoniale.
La schiena nuda e liscia era scoperta, i capelli neri erano sparsi a ventaglio sul cuscino, una mano era sotto il guanciale e l’altra accanto al viso.
Diego la osservò a lungo prima di infilarsi i pantaloni e la camicia per andare fuori al balcone a fumare.
Si diresse in salone dove prese una sigaretta e l’accendino sul tavolo dove aveva poggiato il pacchetto e il cellulare. Tenne la sigaretta tra le labbra senza accenderla mentre controllava se fossero arrivate delle chiamate o dei messaggi. La accese dirigendosi al balcone scostando le tende e stando attento a non bruciarle. Sedette sulla poltrona di vimini accavallando le gambe e si gustò l’aria della sera. Diede un’occhiata alle altre stanze dell’albergo. Alcune avevano la luce spenta altre le persiane chiuse. Piante di belle di notte erano sparse accanto alla ringhiera in ferro e in marmo al balcone.
Il campanile di una chiesa suonò in lontananza.
Diego s’alzò e poggiò le mani sul marmo per godersi il panorama della città ammantata di tante piccole luci che brillavano come zaffiri. Il vento gli scostò la camicia che aveva lasciato aperta. Sentì la brezza sulla pelle della pancia.
Quando ebbe finito di fumare rientrò facendo attenzione a non svegliare Anna che trovò come l’aveva lasciata.
Sedette all’altro lato del letto per sciogliersi le scarpe e posarle a terra.
La sentì muoversi. Anna allungò il braccio sotto il cuscino e si destò.
« Dov’eri? »
« In balcone a fumare. Ti ho svegliata? »
« Credevo fossi scappato »
« Scappato? Perché? »
« Tutti scappate prima o poi »
Diego accese l’abat jour sul comodino e si voltò a guardarla. Anna, con la schiena in su e con i gomiti sul cuscino, socchiuse gli occhi.
« Non ho voluto svegliarti. Dormivi come una bambina »
« Cos’hai? »
« Che cosa? »
« Hai qualcosa. Sei strano. Non vuoi dirmelo? »
Diego si allungò sul letto con la faccia rivolta verso l’abat jour. Indossava ancora i pantaloni e la camicia. Anna gli carezzò i capelli.
« Domai parto. Starò via per lavoro »
Anna indugiò con le dita tra i capelli di lui.
« Quanto tempo conti di rimanere fuori? »
« Tre giorni al massimo »
« Ti aspetterò ».
Fece ritorno dopo cinque giorni.
Andò al Blue Valentine. Anna lo stava aspettando come gli aveva promesso.
Appena la vide se la strinse al petto riempiendole di baci i capelli, la fronte, il collo, il petto annusando il suo profumo che sapeva di vaniglia.
« Vieni ».
La portò a casa sua e quando Anna vi mise piede rimase colpita dalla grandezza della casa guardandosi attorno.
Diego accese le luci. Il salone aveva la capienza di una palestra. C’erano due grossi divani in pelle nera al centro insieme a due poltrone e a un tavolino. Le vetrate dei balconi occupavano tutta la parete di fronte. Sulla destra e accanto la porta di ingresso vi erano due mobili in nero lucido. Sulla superficie di quello a destra erano poggiate tre fotografie oltre a targhe d’argento. Anna prese una foto. Ritraeva un bambino che suonava il pianoforte.
« Questo sei tu? » gli chiese.
« Sì. Quando ero piccolo mi piaceva suonare »
« E adesso? »
« Ho smesso. Dopo che mi sono laureato e ho cominciato a lavorare non ho avuto più il tempo di suonare »
Anna annuì poggiando la foto dove l’aveva presa. Alle pareti erano appesi quadri di Chagall – Anna riconobbe il Carro Volante – Kandinskij e Picasso.
Diego si avvicinò a lei e prese ad accarezzarla insinuandole una mano nella camicetta.
« No Diego » si divincolò lei « non mi va di farlo qui »
« Perché? » e Anna intuì dal tono con cui lo disse di essersi offeso.
« Perché se entrassi nel tuo letto smetterei di essere una prostituta »
« Ma tu non sei una prostituta. E io non ti ho mai trattata come tale »
« Diego » tese una mano per accarezzargli una guancia dove aveva fatto crescere la barba da pochi giorni « tu meriti molto di più »
Lui le prese la mano e la baciò. « Ma io voglio te »
L’abbracciò.
« Rimani qui stanotte. Con me. Parliamo »
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Dal balcone del camerino lasciato socchiuso Eva e Diego udirono la melodia di una canzone. Una macchina si era fermata in strada accanto il Blue Valentine. Le note che riempivano l’aria provenivano dallo stereo dell’auto col volume a palla.
« Chissà chi sono questi poveri disgraziati » disse Diego sdraiato a pancia in giù sul letto.
« Magari sono un ragazzo e una ragazza che si sono persi e non sanno più qual è la strada per il ritorno » fu la risposta di Eva che, seduta a letto spalle al guanciale, fumava una sigaretta stando attenta a non far cadere la cenere sulle lenzuola bianche.
« Oppure due checche che non hanno di meglio da fare tranne ascoltare repertori di questo genere »
« Vicino ad un locale come questo? »
« Magari non lo sanno » Diego si voltò e si mise supino coi gomiti appoggiati sul materasso « bisogna che qualcuno vada a dirglielo, può darsi cambino idea » la guardò.
« Tu l’hai cambiata? »
« Riguardo a cosa? »
« A tua moglie »
« Non sono sposato, te l’ho detto »
« No, non me lo hai detto »
Eva tirò dalla sigaretta buttando fuori il fumo tenendo gli occhi bassi. Poi cominciò a canticchiare sottovoce. « Non ho l’età… non ho l’età…per amarti… non ho l’età, per uscire sola con te…» quando ebbe finito spense la sigaretta nel posacenere che teneva in una mano e lo poggiò sul comodino alla sinistra del letto. « Scusa »
L’auto che era di sotto ripartì con uno stridìo di ruote. Il vento fece aprire di poco la porta del balcone. Eva si rannicchiò sotto le coperte sistemandosi il guanciale.
« Hai freddo? » le chiese Diego.
« Non lo sento più il freddo » gli rispose.
Diego si alzò per andare a chiudere il balcone e tornare a letto. « Oggi il mio più stretto collaboratore mi ha confidato una cosa. Ha scoperto che la moglie lo tradisce »
Eva sorrise ironica.
« Ho sempre pensato che il loro fosse un matrimonio di convenienza »
« Come si chiama questo tuo amico? »
« Giovanni »
« Una sera venne da me un poveraccio. Non seppi mai il suo nome. Lo vidi per due o tre notti, poi sparì. Mi raccontò di esser stato un uomo che aveva avuto tutto dalla vita, sin dalla nascita. Aveva studiato all’università, si era laureato giovanissimo e con ottimi voti. Aveva conseguito due master in marketing e in economia dei mercati finanziari all’estero. Aveva viaggiato molto e aveva conosciuto sua moglie proprio in uno di questi viaggi. Mi mostrò la sua fotografia. Era una donna bellissima. Credo di non aver mai visto in tutta la mia vita una donna più bella. Lui era sempre stato molto corteggiato e ambito dalle donne. Si sposarono dopo sei mesi. Una cerimonia grandiosa con oltre duecento invitati in una villa lussuosissima in Toscana. Poi successe l’imprevisto. Durante la cerimonia mentre si stava dirigendo in bagno udì dei suoni soffocati provenire dai camerini accanto. Si avvicinò per dare una sbirciata. In quell’occasione trovò la moglie con ancora indosso il vestito da sposa che si stava scopando un tizio che non aveva mai visto. Per lui fu un tale shock che da quel giorno non riuscì più a riprendersi. Mi disse che voleva fargliela pagare per quello che gli aveva fatto ma quando stava con me non era il mio nome che urlava ma quello della moglie »
Diego rise divertito.
« Cioè mi stai dicendo che è stato cornificato il giorno stesso delle nozze? »
« Lo trovi tanto divertente? »
« Beh, solo un coglione non si renderebbe conto che la sua donna se la stia spassando con altri uomini »
« Tu riusciresti a capire quando una donna si è stancata di te? »
« Sono sempre stato io il primo a mollare »
« È triste » disse Eva dopo un po’.
Diego scansò le coperte. Si infilò i boxer, raccolse i calzini e li mise ai piedi. Poi prese i pantaloni neri, infilò anche quelli, indossò la camicia e calzò le scarpe.
« È triste amare chi fugge, che l’abbiano vinta persone che non contano nulla, che creature innocenti vengano al mondo e gettate nella spazzatura a dispetto di chi farebbe di tutto pur di avere un figlio »
Lui ascoltò tutto quello che lei disse senza dire una parola. Aspettò di rivestirsi dopo che Eva ebbe finito di parlare. Abbottonò la camicia, prese la giacca, sfilò il portafoglio e tirò fuori cinque banconote da cento euro. Li buttò sul letto.
Uscì.
Le strade erano buie e vuote a quell’ora, illuminate solo dalla luce dei lampioni. I semafori avevano la luce arancione che lampeggiava. Diego proseguì dritto agli incroci senza fermarsi con la sua Jaguar. Quasi tutte le finestre dei palazzi avevano le tapparelle abbassate. Su alcuni balconi erano appesi panni ad asciugare. I cartelli lungo le corsie indicavano le direzioni da seguire.
Diego girò a zonzo per due ore quella notte.
Attraversò viali, stazioni, vicoli, piazze. E quando ebbe finito se ne tornò a casa. Prima di salire si fermò al distributore automatico di sigarette. Quando si voltò per tornare indietro vide un barbone ricoperto di stracci e cartoni che dormiva a terra in un angolo riparato dai portici. C’era puzza di piscio.
Pochi metri più sotto Diego giunse al suo portone. Fece le scale salendo agile fino al sesto piano. Quando aprì la porta di ingresso accese le luci in soggiorno e in corridoio. Tirò fuori il cellulare dalla tasca interna della giacca. Sul display c’erano dieci chiamate perse e due messaggi in segreteria. Diego compose il numero e aspettò. Dall’altro capo gli rispose una voce assonnata.
« Diego ma dov’eri? Ti ho cercato tutta la sera…»
« Ho bisogno di vederti. Devo parlarti ».
« Te ne sei andato senza salutarmi la scorsa volta »
« Non era la prima volta »
« Ti sbagli. Una volta lo hai fatto »
« Una volta. Quante volte siamo andati a letto io e te? »
« Quattro? Cinque? »
Con uno scatto Diego le fu subito dietro. Le alzò la gonna, le abbassò gli slip e in un attimo si slacciò i pantaloni e tirò fuori l’uccello. Le mise una mano sulla bocca perché non urlasse mentre lo sentiva spingere e sfogarsi dentro di lei appoggiati alla porta del cesso.
Quando Diego ebbe finito si sistemò le mutande e i calzoni. Si avvicinò al mobiletto vicino al televisore dove vi era un piccolo frigo bar. In basso Eva ci teneva due bottiglie di whisky e scotch. Diego prese del whisky che versò in un bicchiere di plastica. Quando ebbe fatto andò a sedersi nella poltroncina vicino al balcone. Accavallò le gambe. Bevve.
Eva non si era mossa. Si era messa seduta a terra su un fianco con la testa appoggiata alla porta del bagno e con gli slip color lavanda calati fino alle ginocchia. Tremava.
« Chi è stato l’uomo a ridurti così? » le domandò Diego fissandola mentre teneva il bicchiere in mano.
« Eva ti ho fatto una domanda »
« Non mi chiamo Eva. Il mio vero nome è Anna »
Per un po’ Diego non disse nulla continuando a bere.
« Questo non cambia nulla » disse poi guardando il bicchiere vuoto sia all’interno che all’esterno come se volesse esaminarlo « anzi, per me cambia. Mi dici una buona volta chi sei? E che cosa ci fai in questo posto? »
Eva lo guardò per la prima volta. « Sei ubriaco »
« Non sono ubriaco »
« Ti ho sentito mentre mi scopavi »
« Anche se lo fossi non ti riguarderebbe » Eva lo guardò torva.
« Sì, sono ubriaco e allora? » le domandò sporgendosi dalla poltrona « Vuoi picchiarmi? Frustrarmi forse? » alla luce dell’abat-jour gli occhi di Diego erano gialli come quelli di un gatto. Eva sentì correre un brivido lungo la schiena. Non mosse un dito né un piede.
Diego si alzò per versarsi dell’altro whisky che mandò giù tutto d’un sorso. Accartocciò il bicchiere e chiuse gli occhi. Quando li riaprì la trovò che si era rannicchiata in un angolo e che continuava a guardarlo.
« Fammi dormire qui stanotte »
« Lo sai che non posso »
« Ti prego, Anna. Ho bisogno di dormire. Soltanto di dormire. »
Trovò un’altra soluzione. Chiese a Jessica di poter usufruire del suo camerino visto che era l’unica che riusciva – senza farsi scoprire – a trasgredire le regole e a trascorrere le notti fuori con i clienti. Fece ritorno nella sua stanza alle cinque di mattina quando ebbe finito con l’ultimo cliente. Aveva gli occhi cerchiati, un colorito pallido e i capelli in disordine. La prima cosa che fece fu andare in bagno a lavarsi.
Diego dormiva sul suo letto. Non si era neanche spogliato. Se ne stava pancia in giù con la camicia bianca, i pantaloni neri e coi calzini ai piedi. Aveva la faccia sul cuscino rivolta verso il balcone. Anna sedette sul letto con indosso l’accappatoio e restò a guardarlo per un po’.
Lo scosse piano per un braccio. « Diego »
Lui non si mosse.
« Diego »
Lo scosse più forte. Diego mosse un sopracciglio e deglutì.
« Diego »
Si voltò lentamente su un fianco respirando profondamente mentre portava le braccia in alto. Le ossa gli scricchiolarono. Gemette e aprì gli occhi.
« Devi alzarti. Tra un po’ chiuderanno il locale e passeranno quelli delle pulizie »
Diego si guardò intorno ancora intontito. Chiuse gli occhi e una smorfia di dolore gli contrasse i muscoli della faccia. « Dove sono? »
« Al Blue Valentine. Non ricordi nulla di ieri sera? »
« Mi scoppia la testa…» si coprì il volto con le mani.
« Ti sei preso una bella sbronza »
Diego abbassò le mani quel tanto da scoprire gli occhi di un verde ramarro. La prima volta che Anna riuscì a distinguere il loro colore naturale alla luce dell’alba.
« Cos’è successo ieri notte? »
« Niente. Sei venuto qui, ubriaco e mi hai chiesto di poter dormire nel mio camerino »
Lui annuì anche se non sembrava molto convinto.
« E tu? » le chiese.
« Io cosa? »
« Che ci fai in accappatoio? »
« Ho appena finito di farmi una doccia »
« Hai l’aria stanca »
« Sistemati, dai. Tra mezzora dobbiamo essere fuori »
Diego provò ad alzarsi ma la testa gli faceva un male cane. Era come sentire il cervello crivellato a colpi di trapano. Quando Anna ebbe finito di vestirsi lo aiutò a camminare tenendogli un braccio dietro al fianco e l’altro il braccio che Diego aveva poggiato sulla sua spalla.
« Ce la fai a scendere dalla scala antincendio? »
« Ho preso una sbronza, non sono mica malato »
Anna e Diego uscirono dal camerino e si diressero al balcone accanto per aprirlo e scendere dalla scala.
« Non si accorgeranno che è stato lasciato aperto? » chiese Diego.
« Ci penserò io. Avanti, scendi »
Scesero in strada. Anna lo condusse con sé dietro il locale in una parallela. L’aria era fresca e il sole era quasi sorto. Anna si strinse nel giubbino di jeans.
« Sei venuto in macchina? »
« No. Ho preso un taxi ieri sera »
Lei annuì. « Senti, io vado okay? »
Diego la prese per un braccio. « Mi pianti così? »
« È meglio che non ci vedono insieme »
« Anna io… non so cosa sia successo ieri sera. Qualsiasi cosa abbia fatto ti chiedo scusa »
Stava per andarsene quando Diego strinse la presa del braccio.
« Perché ti ho chiamata Anna? »
L’ascensore ci mise un’eternità a salire.
Quando la porta si aprì accompagnata dal suono del campanello Diego credette che non avrebbe fatto neanche in tempo ad aprire la porta di casa tanto gli doleva la testa. Si diresse in bagno, aprì il cassetto dei medicinali, prese una pasticca, la ingoiò dopodiché si diresse in camera, si tolse la giacca e si lasciò cadere vestito sul letto.
Quando si svegliò erano le dieci. Si sentiva un po’ meglio e la prima cosa che fece fu telefonare in ufficio. Poi si diresse in bagno per spogliarsi e ficcarsi sotto la doccia.
Il gettito dell’acqua fresca sulla pelle lo rigenerò. Si lavò i capelli, si coprì di bagnoschiuma e si sciacquò. Lasciò che l’acqua gli scivolasse su tutto il viso incollandogli i capelli scuri sulla fronte spazzando via la schiuma dal corpo. Quando ebbe finito si asciugò con un asciugamano bianco. Lo stinse in vita mentre con un altro si asciugò i capelli sfregandosi il cuoio capelluto. Prima di rivestirsi prese il phon, mise la spina nella presa accanto allo specchio sul lavabo e si asciugò i capelli.
Mezzora più tardi era seduto sul divano in camicia e pantaloni blu davanti al suo pc controllando il lavoro degli ultimi giorni. Si servì della chiavetta USB per mandare una mail a Jill quando sentì bussare alla porta. Controllò l’ora al rolex che aveva al polso. Spense la sigaretta nel posacenere sul tavolino, posò il portatile e si alzò per andare ad aprire.
Gli comparve la faccia di Giorgio, l’amministratore delegato della società, in giacca e pantaloni beige e una cravatta nera al collo.
« Diego, porca puttana, ma che fine hai fatto? »
« Non ti hanno avvertito? »
« Di cosa? »
« Che oggi non sarei venuto in ufficio » prese un’altra sigaretta e l’accese mentre Giorgio, un uomo lungo e magro, chiudeva la porta.
« Tu sei pazzo. Lo aspettavi da tanto questo giorno »
« Spiegati meglio »
« Oggi avevate la riunione con gli americani per la faccenda riguardante la fusione con la loro società »
« L’acquisizione della Golden Power è un affare di cui si occupa Silvia »
« Posso farti una domanda? Ci sono problemi tra te e Silvia? »
« Perché me lo chiedi? »
« Perché neanche lei si è presentata alla riunione »
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Alcune sere dopo Diego fece ritorno al locale. Prese posto a sedere dietro al tavolino della volta precedente, ordinò whisky liscio e si mise a fumare durante le esibizioni dei diversi spettacoli. Quando Eva andò in scena lo notò subito ma a fine numero si ritirò dietro il sipario. Diego attese fumando e sorseggiando il suo whisky. Un uomo si alzò dal tavolino facendo un gran fracasso e rovesciando i bicchieri a terra che andarono in frantumi. La ballerina che gli era accanto lo sorresse mentre lo trascinava con sé dietro le quinte. Qualcun altro si voltò per osservare la scena, dal bancone arrivò una ragazza con straccio, scopa e paletta per ripulire il tavolo e il pavimento sporco.
« Allora sei venuto »
Diego si voltò a guardarla ancora inguainata nella guepiere e minigonna nera di pelle, la parrucca sulla quale poggiavano gli occhiali da sole e le labbra coperte dal rossetto rosso.
« Perdonami se ti ho fatto preoccupare » le disse.
« Eva! Eva! » si sentì chiamare tra urla e fischi.
Eva volse lo sguardo a coloro che la stavano aspettando sin dall’inizio della serata e che le facevano segno di avvicinarsi. Diede un’ultima occhiata a Diego poi lo lasciò raggiungendo il gruppo di uomini.
Diego continuò a fumare e ad osservare chi gli passava intorno sorridendogli oppure accarezzandogli una spalla. Quando finì il suo whisky si alzò e si diresse al bancone poggiando il bicchiere vuoto sul tavolo.
« Vuole altro whisky? » gli chiese Rosa fumando una sigaretta e con uno straccio buttato sulla spalla.
« No, grazie »
La donna soffiò fuori il fumo dalle labbra osservando i clienti ai tavolini e le ragazze che intrattenevano gli ospiti ridendo e ammiccando lasciandosi accarezzare.
« Mi scusi, a che ora chiudete? » domandò Diego.
« Alle cinque »
Diego guardò l’ora al rolex che aveva al polso. Un quarto dopo la mezzanotte. Sedette allo sgabello e ordinò un caffè. Rosa gli tolse il bicchiere di whisky vuoto e gli preparò quanto le aveva chiesto. Nel mentre Diego fece ruotare lo sgabello verso i tavolini. Era ancora lì e proprio in quel momento si stava alzando seguita da un uomo basso e rude. Si guardarono mentre attraversava il salone diretta dietro le quinte.
« Il suo caffè »
« Grazie ».
« Ti ha aspettata tutta la notte »
« Non mi va di parlare con lui »
« Non sei curiosa nemmeno di sapere perché si è fatto vivo dopo tutto questo tempo? »
« Io proprio non ti capisco. Fino a qualche giorno fa mi avevi detto di mandarlo al diavolo e adesso? Pretendi che lo accolga come se niente fosse? »
« Se non mi vuoi vedere basta che tu me lo dica »
Diego le sorprese entrando nel camerino di Eva la cui porta era stata lasciata aperta con Rocco e Attilio andati via dopo l’ultimo cliente.
« Vi lascio soli » disse Rosa dileguandosi.
« Che cosa vuoi? » gli domandò Eva in accappatoio bianco e con un asciugamano col quale si serviva per asciugare i capelli bagnati.
« Vederti »
« Mi hai vista. E poi scusami ma adesso è tardi per qualsiasi cosa. Stiamo chiudendo e io fra un po’ me ne torno a casa »
« Ti accompagno »
« No » lo guardò « Ti prego. Sono stanca »
Diego sedette sua una delle sedie che erano nella stanza.
« Scegli allora. O ti fai accompagnare oppure chiacchieriamo un po’, il tempo che tu ti rivesta »
Eva poggiò l’asciugamano sulla toeletta.
« Dimmi la verità. Sei venuto per vedermi o perché vuoi essere informato su quanto ho fatto questa notte appena passata? »
« Ma perché pensi questo? »
« Che sciocca. Sono stata ancora più stupida io a porti questa domanda. Che cosa mi aspettavo? » prese una sigaretta, il pacco di fiammiferi, ne tirò fuori uno, lo sfregò e lo accese.
« Un uomo come te non dovrebbe mai dire la verità »
Diego s’alzò per andarle vicino e le tolse la sigaretta dalla bocca.
« E una bambina cattiva come te dovrebbe smetterla di fumare questa porcheria »
Lesse la marca. Fortuna. Ne tirò una boccata tenendo la sigaretta tra il pollice e l’indice. Gli parve di fumare paglia al posto del tabacco. La spense nel posacenere. « Pessima »
« Guarda che con me non attacca »
« A cosa ti riferisci? »
« Quella era l’ultima »
« Meglio. Così smetti di fumare »
« Andrò da Rosa » disse avvicinandosi alla porta ma lui la bloccò afferrandole un braccio.
« Ferma »
« Non mi toccare » gli intimò senza che lui mollasse la presa « non mi toccare ti ho detto »
« Perdonami ma detto da te suona male » le mollò il braccio.
« Vai. Vai dai tuoi barboni e da quegli stupidi impomatati da quattro soldi che si divertono solo a venire a vederti le gambe »
Si tolse la giacca e la buttò sulla sedia sopra la roba di Eva. Mise le mani nelle tasche dei pantaloni e si mise a girovagare per il camerino osservando i pochi quadri appesi e gli oggetti d’arredamento come un abat-jour e il grammofono accanto al frigo bar e al televisore.
« E tu? Perché vieni qui? »
Diego passò un dito sul grammofono illuminato dalla debole luce gialla della stanza. Uno strato di polvere gli rimase attaccato sopra.
« È tuo questo? »
« Me lo ha regalato un cliente »
« Ti trattano bene »
« Devo vestirmi »
« Prego. Fa’ come se fossi a casa tua »
Eva si avvicinò alla sedia dove sotto alla giacca di lui c’era la sua roba.
« Ti spiace levarmela di qui? »
Diego fece un passo avanti per accontentarla. « Vabbé, lascia stare faccio io »
Tirò fuori la roba sua. Un paio di jeans, una maglietta color sabbia con sopra disegnato un sole e un gilet di jeans cercando di non sgualcire il suo indumento. Dopo che ebbe preso tutto si diresse in bagno con ancora i capelli bagnati e l’accappatoio addosso.
Socchiuse la porta. Infilò gli slip sotto il telo di spugna, sciolse la cinta, prese il reggiseno e se lo appuntò togliendosi l’accappatoio. Fissò la porta bianca dietro la quale non udì provenire alcun suono. Prese i jeans, li indossò e mise addosso anche la maglietta. Si guardò allo specchio scansandosi dalla faccia i capelli mezzo asciutti e mezzo bagnati, dopodiché uscì scalza dal bagno.
Lo trovò con un cofanetto in mano, simile ad un carillon, che portò all’orecchio e che esaminò.
« Non funziona » gli disse standosene sulla soglia della porta e guardandolo a braccia conserte.
« C’è qualcosa che funziona in questa stanza? »
Eva gli si avvicinò con passo felino. Lo prese per le spalle larghe e lo inchiodò al muro. Fece scivolare le mani fin sopra la cintura dei calzoni e pian piano cominciò a liberare il bottone dalla asola e a far scorrere la cerniera verso il basso.
« Non sei costretta a farlo » le disse mentre la guardava negli occhi dello stesso colore dell’oceano.
Eva si chinò all’altezza della cintola.
Diego sollevò il capo e chiuse gli occhi.
La sveglia del cellulare suonò alle sette in punto. Diego lo tirò fuori dalla tasca interna della giacca e lo spense. Lo rinfilò al suo posto con la mano che gli tremava. Poi se la passò sulla faccia cercando di concentrarsi sulla forma irregolare di una foglia a terra, a pochi centimetri dalla panchina su cui era seduto. Era gialla. C’erano foglie gialle in primavera?
Quando il vento la fece capovolgere Diego notò che al rovescio era di colore marrone. Strizzò gli occhi. Adesso era arancione. Come i pezzi da cinquanta che aveva lasciato ad Eva prima di andarsene, con la giacca che reggeva col dito indice buttata sulle spalle e il sangue che gli pompava impazzito per tutto il sistema nervoso.
Era salito sulla sua macchina, una Jaguar grigio satinato modello XJ220, e si era messo a girovagare per le strade della città approfittando del silenzio prima che esso venisse riempito dal trambusto quotidiano. Aveva parcheggiato la macchina davanti al cancello di ingresso ed era sceso diretto al parco. Tirava vento fresco a quell’ora di primo mattino tanto che fu costretto a rimettersi la giacca. Il gesto bastò a fargli ricordare lei. La annusò. Un odore misto a vaniglia e mandorle gli attraversò le narici.
Sarebbe dovuto tornare a casa a cambiarsi prima di tornare a lavoro ma, con estremo stupore, scoprì che non gli andava. Camminò un altro po’ prima di tornare in macchina. Ebbe voglia di fumare ma si accorse di aver lasciato il pacco di sigarette e l’accendino nell’auto.
Al soffio del vento le catene delle altalene nel parco si mossero appena. C’era della merda di cane al centro dello spiazzale accanto alle giostre. In mezzo all’erba e vicino ai cestini della spazzatura vi erano fazzoletti di carta, cannucce e una lattina di coca cola accartocciata.
Diego prese le chiavi della macchina e schiacciò il pulsante per aprirla. Le quattro frecce lampeggiarono al comando. Montò su. L’accese, innestò la retromarcia e in quel momento il cellulare lo avvisò di un messaggio. Premette sul tasto visualizza e lo lesse mentre con una mano reggeva il volante buttando un occhio alla strada. Quando ebbe finito lo buttò sul cruscotto e accese la radio. Mancava un quarto d’ora alle otto.
A semaforo rosso si fermò. Le strade e gli incroci cominciarono ad intasarsi. Sfilò una sigaretta dal pacchetto che aveva lasciato vicino al cambio e l’accese abbassando il finestrino dal lato del conducente. Restò a guidare col gomito in fuori sino a che, pochi chilometri più sotto, rimase imbottigliato sulla tangenziale per via di un incidente.
Due sere dopo fece ritorno al Blue Valentine. Concluso lo spettacolo della mezzanotte si avviò dietro le quinte diretto al camerino di Eva. Salito le scale trovò Attilio e Rocco che non lo fecero passare.
« Tanto lo so che è sola. E che mi sta aspettando »
« Deve rispettare la fila » gli intimò uno dei due energumeni.
« Andiamo non ho tempo da perdere, mi faccia passare »
« Le ho già detto che non si può »
« Va bene » Diego tirò fuori il portafogli e lo aprì « quanto vi serve? »
« Signore noi non possiamo…»
« Allora ditele che sono qua fuori ad aspettarla e che devo parlarle. È urgente »
Le due guardie del corpo si guardarono e l’altro che non aveva parlato annuì, facendo un piccolo cenno con la testa che non sfuggì a Diego.
« Va bene »
Attilio prese le banconote da duecento euro che Diego aveva tirato fuori e che gli stava porgendo, le infilò lesto nelle tasche dei jeans, dopodiché lo fece entrare.
« Ti hanno ringraziato almeno? » gli domandò Eva seduta alla sua toeletta intenta a pettinarsi i capelli.
« Hai ascoltato tutto? » le chiese richiudendosi la porta alle spalle.
« Quasi. Allora, ti hanno ringraziato? »
« Li hai addestrati anche per questo? »
« Per prendere mazzette o per essere educati con tutti quelli che mi vengono a trovare? Tutti e due »
Raccolse la chioma dei capelli scuri, si guardò le punte e sfilò via due capelli deboli e sfibrati.
« Stavi uscendo? » Eva indossava dei jeans chiari e una camicetta bianca.
« Avevo un appuntamento con un cliente »
« Chi è? »
« Quello che doveva essere qui al posto tuo »
« Beh, visto che sei già pronta ti porto via con me »
« Dove? »
« Dove vuoi tu. Anche a mangiare. Se ti va »
« Tu hai mangiato? » gli sorrise mentre avvicinava al viso uno specchio e si accarezzava le labbra.
« Un panino a pranzo »
« Solo? »
Diego annuì.
« Sei un uomo impegnato… scommetto che prima di venire qui lavori fino a tardi e che adesso sei molto, molto affamato. Non è così? »
« Che vuoi fare? »
« Non è esatto. Quel che devi domandarmi è “ Che vuoi fare prima? Mangiare o scopare?” »
Lui fu sul punto di dirle qualcosa ma lei lo fermò.
« A quel punto io ti risponderò “Mangiami e scopami nell’ordine che preferisci” »
Prese una sigaretta accompagnata dal pacco di fiammiferi e l’accese soffiando sul fiammifero quando ebbe fatto.
« È tua? » le domandò Diego con un sorriso.
« Sepùlveda. Diario di un killer sentimentale »
« Eri una professoressa, una letterata prima di fare la puttana? »
« Mio marito adorava scrivere, leggere, viaggiare…» gli rispose con lo sguardo fisso nei suoi occhi. Una striscia di fumo le attraversò i suoi che, nella penombra della stanza, le luccicarono.
Diego tornò serio. Abbassò il capo e sul punto di voltarsi udì la risata sguaiata di Eva.
« Io non ce l’ho un marito! »
Diego tornò a guardarla.
« Cos’è? Ti vuoi prendere gioco di me? »
« Madonna come sei permaloso! Voi uomini siete tutti permalosi » Eva s’alzò dallo sgabello « ma chi vi credete di essere? »
« Ero venuto sin qui per portarti fuori questa sera »
« Sei venuto fin qui per fottermi, non fare il modesto »
« Perché sei sempre così volgare? »
« Lo hai detto. Sono una puttana »
« Tu non sei una puttana Eva »
« Che cazzo vuoi Diego eh? Vuoi scoparmi? Allora falla finita con questa tua messa in scena e sbrigati che c’ho gente che mi aspetta »
« Come fai a far finta che niente sia successo dopo che è tutto finito tornandotene a casa con la loro scia addosso? »
« Io non mi porto appresso nessun ricordo di loro. Questa sera stessa già mi sarò levata il tuo odore di dosso »
Diego la tirò a sé per le braccia e standole dietro le sussurrò all’orecchio: « L’altra sera però non ti è dispiaciuto tornartene a casa col mio sapore in bocca »
« Stai mandando a fuoco il camerino »
« Non mi provocare Eva »
Eva si divincolò dalla stretta e raccolse il mozzicone di sigaretta che le era caduto sulla moquette quando Diego l’aveva presa per le braccia. Tamponò il segno della bruciatura fresca colla punta dei sandali col tacco. Un segno nero grosso quanto un buco di formicaio si era disegnato sul tappeto.
« Provocare è il mio mestiere Diego. Se non ti sta bene quella è la porta » Eva spense il mozzicone nel posacenere. Prese un’altra sigaretta e l’accese.
« Davvero saresti disposta a fare tutto quello ch ti chiedo? »
« Chiedi. E ti verrà concesso »
« E se volessi baciarti? »
« Quella è l’unica cosa che non faccio »
Tenne ferma la sigaretta tra le labbra socchiudendo di poco gli occhi per via del fumo mentre con le mani si sbottonava la camicetta. Vedendo che Diego esitava gli si avvicinò, gli prese la testa e gliela poggiò tra l’incavo dei seni sorretti da un reggiseno bianco a balconcino. Diego la stinse a sé mentre le baciava il petto, le spalle e il collo. Quando riemerse Eva gli offrì un tiro dalla sigaretta ma subito disse: « Dimenticavo. A te queste non piacciono »
Diego gliela rubò, fece un tiro e la spense adagiandola ancora tutta intera sul bordo del posacenere.
Sollevò Eva dal pavimento prendendola in braccio e la buttò sul letto.
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Rosa sparì dietro la porta che tenne socchiusa. La sentì parlare con qualcuno all’interno. Dopo poco uscì.
« Può entrare »
« Grazie »
Diego aspettò che la donna scendesse le scale prima di varcare la soglia. Diede un’ultima occhiata ai due bodyguards ed entrò richiudendosi la porta alle spalle.
Una ragazza dai capelli lunghi fin sopra le spalle se ne stava seduta in vestaglia bianca sullo sgabello di una toeletta mentre si struccava davanti allo specchio. Sul tavolino di fronte a lei c’erano spazzole, trucchi, profumi, creme per il corpo e per il viso, dischetti struccanti, salviettine rinfrescanti, fermacapelli, pinzette, rasoi, smalti, solventi per unghie, anelli. Sopra un mezzo busto in plastica con due occhi ciechi era poggiata una parrucca nera coi capelli a caschetto.
La stanza era piccola. Accanto alla toeletta vi era un letto con due comodini, di fronte un televisore con accanto un armadio e dietro la toeletta c’era il bagno. Tra la porta di ingresso e la toeletta vi era un balcone con le tendine bianche ricamate in pizzo. Il resto dello spazio era diviso tra una poltrona accanto al balcone e altre due sedie dove erano state buttate jeans, reggiseni, slip e costumi di scena. Il pavimento era ricoperto da una vecchia moquette bordeaux, al centro c’era un paio di scarpe coi tacchi a spillo e sotto una sedia un paio di stivali in camoscio grigio.
« Scusa il disordine » lo accolse la ragazza « stasera non era previsto che lavorassi »
« Avete dei turni qui? »
« In genere lavoro tutte le sere, fatta eccezione il lunedì che è il mio giorno di riposo. Solo che questa sera avevo intenzione di tornarmene a casa perché ho un forte mal di testa »
« Non prendi nulla? »
« Ho preso un aulin prima di andare in scena » la ragazza si voltò verso Diego che era rimasto in piedi « Siediti »
Diego sedette nella poltrona vicino al balcone tenendole gli occhi incollati addosso.
« Posso offrirti qualcosa? Bourbon, vodka, un amaro…? »
« Posso fumare? »
« Puoi anche masturbarti chicco, qui puoi fare come vuoi e quello che vuoi come fossi a casa tua »
Diego rise divertito mentre tirava fuori il pacco di sigarette per accenderne una. « Fumi? » le domandò porgendole il pacco di Marlboro light. La donna allungò un braccio sfilando una sigaretta dal pacchetto portandola alle labbra. Diego tirò fuori l’accendino, s’alzò avvicinandosi a lei e la fece accendere. Aveva delle labbra carnose ben disegnate e un piccolo neo sul lato sinistro superiore alla bocca.
« Grazie »
« E di che » Diego risedette e si accese la sua sigaretta.
« Allora, che cosa ti piacerebbe fare? » accavallò le gambe nude e lisce che si scoprirono sotto la vestaglia.
« Se hai mal di testa perché hai accettato di vedermi? »
« Rosa mi ha detto che c’era un tizio che insisteva nel vedermi »
« E basta? »
« Che altro doveva dirmi? »
« Perché mi guardavi mentre ballavi? »
« Non ti stavo guardando. Non sapevo neanche dove fossi seduto » prese un posacenere sulla toeletta e vi sgrullò la cenere.
« Bugiarda »
Lei lo guardò.
« Sei una bugiarda, Eva »
« Come ti chiami? O devo chiederti come ti fai chiamare da quelli che sottostanno alle tue regole? »
« Puoi chiamarmi Diego se ti va »
« Diego io non guardo in faccia proprio nessuno quando lavoro ma se ti fa piacere pensare che guardassi te pensalo pure. Anzi, vuoi che te lo dica? Ti stavo aspettando »
Diego abbassò lo sguardo sgrullando a sua volta la sigaretta nel posacenere che lei gli aveva avvicinato.
« Scusa. Chissà quante volte l’hai sentita questa canzone. Ti prego, non voglio che mi tratti come i tuoi clienti »
« E come vuoi che ti tratti? Se hai un desiderio particolare puoi dirmelo. Siamo soli. Nessuno può vederci o sentire quello che diciamo »
« Quei due che stanno là fuori sentono tutto »
« Chi? Rocco e Attilio? Sono come due tombe. Se dovesse accadermi qualcosa sono pronti ad intervenire »
« È mai successo? »
« Una volta sola »
« E non hai paura che possa accadere di nuovo? Voglio dire come fai ad essere sicura che non possa succedere nulla mentre… sì, insomma ti lavori il cliente? »
« Non ho detto questo »
« Perché lo fai? »
Eva non rispose subito.
« Per i soldi? »
« Mi pagano bene »
« Quanto guadagni a notte? »
« Dipende »
« Quanti sono quelli che ti porti a letto? »
« Due, tre, quattro…dipende »
« Che cosa vogliono che tu faccia per loro? »
« Tutto. Persino le cose più impensabili »
Cominciò a tremare.
« Ti hanno mai chiesto di fare un’orgia? »
« Sì »
« Praticare tecniche sadomaso? »
« Sì »
« Farlo a tre? »
« Una volta venne un tizio accompagnato da un suo amico. Mi disse che lui non avrebbe fatto nulla e che avrebbe solo guardato mentre mi scopavo l’altro. Si eccitava così »
« Hai mai avuto esperienze omosessuali? »
« Perché non la pianti e mi dici che vuoi eh? Cosa sei venuto a fare? Perché hai insistito tanto nel vedermi? »
« Le altre ragazze non hanno le guardie del corpo che hai tu »
« No, non le hanno. E con questo? »
« Calmati Eva. Voglio solo parlare con te »
« Dovrai pagarmi comunque lo sai questo? » Eva prese un’altra sigaretta dal pacchetto nella sua borsetta nera buttata sulla sedia e l’accese usando dei fiammiferi. Diego le sorrise scrollando le spalle.
« Ti costerà cara questa serata. Ti conviene approfittare »
« Non è un problema »
« Già » Eva lo squadrò dalla testa ai piedi. Gli guardò le dita delle mani. « Sei sposato? »
« Cosa te lo fa pensare? » domandò mentre respirava un’altra boccata di fumo.
« Chi viene da me è gente molto particolare. Spesso è gente disperata, sola oppure sposata »
« E io rientrerei in quest’ultima categoria? Non mi sembra averti dato dimostrazioni che possano indurti a pensarla in questo modo »
« Il fatto che non porti la vera nuziale non vuol dire nulla. Sono in tanti gli uomini che non la portano. E parecchi che la tolgono di proposito »
Diego rise di nuovo.
« Lo vedi che ho ragione? »
« Beh, d’altronde se non lo sapesse una come te… »
Lei lo guardò dietro il fumo della sigaretta. Diego pigiò nel posacenere quel che restava – un inutile filtro – della sua e s’alzò scrutando fuori al balcone scostando le tendine di pizzo. Era cominciato a piovere forte.
« Beh, io vado. Quanto ti devo per la serata? »
« Hai intenzione di andare via adesso? »
« Vuoi accompagnarmi? » le domandò infilando le mani nelle tasche dei pantaloni dondolandosi sui talloni e sulla punta dei piedi.
« Tu sei pazzo! Per portarmi dove? Hai idea quanto ti costerà portarmi fuori di qui? »
« Ti ho già detto che non è un problema. Comunque se non vuoi seguirmi adesso sarà per la prossima volta. Cinquecento vanno bene? »
Eva sgranò gli occhi mentre si vedeva porre sotto il naso cinque banconote da cento euro.
« Tienili. Per questa volta chiuderò un occhio »
« Non eri interessata al guadagno? » Diego glieli lasciò sulla toeletta ma Eva lo fermò prendendo le banconote e facendo il gesto di restituirgliele.
« No ti prego. Ti prego, prendili »
Lui avanzò verso la porta.
« Per favore »
La richiuse senza voltarsi.
Quando si trovò in strada sotto l’acquazzone chiamò un taxi e si fece riportare a casa. Lo aspettò sotto la balconata del locale fumando una sigaretta che gettò a terra appena lo vide arrivare.
Una volta entrato nel palazzo chiamò l’ascensore che lo condusse fino al sesto piano. Si aprì col suono di un campanello all’arrivo. Diego tirò fuori le chiavi dalla tasca della giacca e aprì la porta accendendo la luce nel corridoio e nel salone che regolò rendendola soffusa.
Si tolse la giacca bagnata e tirò fuori le sigarette insieme con l’accendino, il portafoglio e il cellulare. Poggiò tutto sul tavolino nero e lucido del salone e buttò la giacca sul divano. Prese un’altra sigaretta dal pacchetto e l’accese mentre si toglieva la cravatta e la buttava sopra la giacca. Poi fu il turno delle scarpe. Sedette sul divano. Tenne la sigaretta tra le labbra mentre scioglieva i lacci e le posava a terra. Le prese, s’alzò e si diresse in bagno con solo i calzini ai piedi. Buttò le scarpe in un angolo, accese la luce, aprì la scarpiera e tirò fuori un paio di pantofole che mise subito. Tornò in salone. Dai vetri del terrazzo di fronte a sé osservò la pioggia cadere fitta e inzuppare la balaustra di marmo. Rimase in piedi dietro ai vetri nudi ad osservare la città bagnata dall’alto fino a che non terminò di fumare.
Buttò il filtro nel posacenere e fu distratto dal suono di un messaggio al cellulare. Lo prese e lo lesse. Un sorriso ironico gli si disegnò sulla faccia, poi anche al cellulare toccò la stessa sorte della giacca e della cravatta.
Spense tutte le luci mentre si dirigeva in camera da letto.
« Eva cos’hai? »
« Nulla. Perché? »
« Sono settimane che hai un’aria strana. Tutto bene? »
« Sì »
« Mi è sembrato che stessi cercando qualcuno in mezzo al pubblico »
« No, ti sbagli. È che mi sembrava di aver visto una persona che conoscevo »
Eva guardò Rosa che serviva i clienti dietro al bancone del locale la quale la guardò a sua volta.
« È tornato il dottorino » si lamentò Jessica fingendo di parlare d’altro all’orecchio di Eva.
« Dov’è? »
« Dietro le mie spalle, non farti vedere mentre guardi »
Eva buttò un occhio alle spalle dell’amica. Notò un ragazzo che doveva avere poco più di venti anni che attendeva mentre si torturava il nodo della cravatta.
« Che hai intenzione di fare? » domandò Eva.
« Cosa vuoi che faccia? Avrei voluto evitarlo ma ormai mi ha già vista. Non posso mica inventarmi una scusa adesso, se lo venisse a sapere Romilda sarebbero guai »
Eva non ribatté mentre beveva il suo gin tonic seduta sullo sgabello e con Jessica che le faceva ombra.
« Vabbé, mi conviene andare prima che mi muore steso sul pavimento »
« In bocca al lupo »
« Crepi »
Eva si scolò le ultime gocce del suo gin e restò a guardare il suo bicchiere vuoto con una buccia di limone e quel che rimaneva del ghiaccio.
« Rosa me ne dai un altro per favore? » la donna si avvicinò alla ragazza da dietro il bancone del bar.
« Eva, ti aspettano. C’è totò a tavolino e mister Valdone alle porte del tuo camerino »
« Che aspettassero ancora un po’. Vogliono stare con me? E allora che imparassero a pazientare cazzo! »
La donna le si avvicinò all’orecchio.
« Ti ricordi quello che ti dissi tempo fa quando venisti qui la prima volta? Di non dar retta a tutto quanto ti dicono questi stronzi. Sembrava mi avessi dato ascolto e ora? Vuoi farti fregare un’altra volta? Questa sera hai la stessa espressione che avevi quando ti conobbi »
« Smettila Rosa, ti ho solo chiesto un altro gin »
« Hai intenzione di ubriacarti? E va bene. Ma sappi che non farà bene né a te né a chiunque ti capiterà sotto »
Rosa le preparò un altro gin tonic, glielo mise davanti e poi si allontanò.
Eva osservò la clientela seduta a tavolino, le altre sue compagne che si davano da fare con gli ospiti e quelli che la guardavano aspettando.
Bevve il suo gin tonic tutto d’un fiato.
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